ROMA – “Con l’arrivo della pandemia, una inimmaginabile esperienza di trauma collettivo, pervasivo e permanente, più della metà della popolazione italiana, e non solo, ha avuto una ridotta qualità del sonno e dei sogni“. Non usa mezze misure Antonino Minervino, presidente della Società italiana di medicina psicosomatica (Simp), direttore dipartimento di Salute mentale e delle dipendenze presso l’Asst di Cremona e docente a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, per descrivere il peggioramento del sonno e della vita onirica della popolazione italiana da inizio pandemia. Il dato emerge da numerosi studi condotti da diverse università italiane e gruppi di ricerca dall’inizio della pandemia.
Il cambiamento delle abitudini rilevato riguarda, a detta l’esperto, “il numero di ore dormite, l’aumento della frammentazione e dei risvegli, il ritardo nell’andare a dormire e nel risveglio. Tutto- sottolinea Minervino- in una percentuale più alta rispetto all’incremento di ansia, depressione e dei disturbi post traumatici da stress”. A cambiare, prosegue il presidente Simp, non sono stati “solo la qualità e lo stile del sonno degli italiani, ma anche i sogni. L’attività onirica è correlata al sonno con due diverse modalità: come si sogna la notte dipende da come si sta da svegli e dalla produzione di un sonno di buona qualità da parte del cervello“.
Uno studio condotto presso il laboratorio di Psicofisiologia del sonno della Sapienza Università di Roma ha evidenziato come il pattern onirico sia peggiorato, da inizio pandemia, soprattutto in relazione “all’incremento percepito dell’attività onirica, ai contenuti negativi dei sogni e ad espressioni emotive negative”.
Un aspetto sul quale porre l’attenzione, rispetto alla qualità del sonno degli italiani in questi mesi di pandemia, è “la funzione sentinella della fase Rem. Mentre il sonno profondo serve a una rigenerazione e conservazione dell’energia- spiega il presidente Simp- la fase Rem essendo più superficiale consente all’organismo di mantenere una sorta di sorveglianza sull’ambiente senza rinunciare ai benefici del sonno, ma sostituendo i brevi risvegli che primitivamente servivano a mantenere la vigilanza. Da un punto di vista evolutivo- prosegue il docente dell’Università Cattolica- questo significa che non abbiamo più bisogno di mantenere le antenne vigili, perché l’ambiente può manifestare dei pericoli mentre noi dormiamo. Non è così sempre”.