Per il coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico, Agostino Miozzo, che per il passaporto vaccinale auspica “la condivisione del progetto con la Commissione Europea, al fine di ottenere la validazione dell’Unione”
di Agostino Miozzo
ROMA – Si sta discutendo molto sull’opportunità di predisporre il certificato o passaporto vaccinale per il Coronavirus. Una discussione che sta avvenendo, a mio parere, coerentemente con la bulimia comunicativa che sta accompagnando le tormentate vicende dell’attuale crisi; tormento che vede sviluppi significativi anche intorno al dibattito sull’ipotizzato obbligo della vaccinazione. L’eventuale obbligo vaccinale dovrebbe comportare un passaggio parlamentare che potrebbe ratificare l’imposizione della vaccinazione per tutta la popolazione o in alternativa solo per alcune categorie di lavoratori. Su questo aspetto personalmente condivido le posizioni di molti colleghi del CTS e di esperti del settore che considerano un obbligo etico e deontologico la vaccinazione per quanti operano in strutture sanitarie o di assistenza a persone fragili. In merito all’opportunità di predisporre il documento che attesta l’avvenuta vaccinazione, il passaporto sanitario, trovo la discussione quasi superflua. Da sempre abbiamo viaggiato con un libricino giallo che inserivamo nel nostro passaporto che diventava quindi parte integrante della documentazione di viaggio. Quel libricino attestava le numerose vaccinazioni cui il viaggiatore si sottoponeva per poter entrare in un paese o in un’area geografica diversa dalla propria. Se avevi il libretto entravi altrimenti non ti era riconosciuto il visto di ingresso nel paese di destinazione. In alcuni casi in assenza di documentazione idonea era possibile effettuare, a pagamento, la vaccinazione all’aeroporto di destinazione.
Nessuno ha mai rifiutato quel documento come nessuno ha mai rifiutato di fare l’iniezione per la febbre gialla piuttosto che per il colera o altro tipo di vaccinazioni richieste di volta in volta dal datore di lavoro, per assicurarsi una adeguata copertura sanitaria del proprio dipendente, piuttosto che dal paese di destinazione. Esempio di casa nostra è quello che riguarda gli alimentaristi per i quali era prevista la vaccinazione antitifica che veniva riportata su libretto sanitario e non era obbligatoria.