ROMA – “Gli incendi a Beirut, la crisi economica e l’emergenza Covid stanno alimentando nuove tensioni tra una parte dei residenti e i rifugiati siriani – oltre 18.000 quelli registrati solo nella capitale. La nostra presenza serve anche a questo: allentare questo nuovo focolaio di problemi, offrendo servizi e sostegno a tutti senza distinzione“. Cosi’ all’agenzia Dire Halima Tanjaoui, operatrice sociale a Beirut di Mediterranean Hope, il programma con cui la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) dal 2016 organizza i corridoi umanitari per migranti e rifugiati: quasi 1.900 quelli gia’ portati in Italia in modo sicuro e legale, nell’ambito di un intervento realizzato con Comunita’ di Sant’Egidio, Tavola Valdese e coi ministeri dell’Interno e degli Esteri.
L’intervista si tiene all’indomani di un nuovo rogo al porto di Beirut, un incidente che ha riacceso nuove paure dopo l’esplosione del deposito di nitrato d’ammonio del 4 agosto.
“Quello di ieri – racconta Tanjaoui – e’ stato il secondo incendio al porto delle ultime 72 ore. Stavolta si e’ trattato di un magazzino di copertoni e olio per motori: stamattina l’aria e’ irrespirabile. I vigili del fuoco hanno impiegato sette ore a spegnerlo. Non ci voleva: la citta’, dopo l’esplosione di agosto, aveva iniziato a riprendersi anche se molto lentamente. Ora siamo tornati indietro”.
Gli operatori umanitari, pero’, non si arrendono. “Continuiamo a dare tutto il sostegno possibile alla popolazione” dice Tanjaoui. “D’altronde, da quando e’ iniziata l’epidemia di Covid-19 il nostro lavoro e’ cambiato completamente e ormai siamo abituati a riorganizzarci in base alle necessita’ dell’ultimo minuto”.
Dall’esplosione di agosto, Mediterranean Hope offre supporto medico-sociale alla comunita’ di rifugiati siriani “ma anche ai beirutini colpiti dal disastro” continua Tanjaoui. Il lavoro che consiste nell’andare casa per casa “per registrare le necessita’ e, in rete con altre organizzazioni partner, distribuire cibo e medicinali e piccole somme di denaro e provvedere a riparare i danni agli appartamenti”.
Un lavoro a cui contribuiscono anche i rifugiati,