ROMA – Com’è stato per milioni di lavoratori italiani operare in smart working negli ultimi mesi, quali i vantaggi e gli svantaggi percepiti e quali le indicazioni per il futuro? La risposta arriva da un’indagine presentata oggi nell’ambito dell’iniziativa #IlLavoroContinua. Voluta dall’associazione datoriale Cifa, dal sindacato Confsal e dal fondo interprofessionale Fonarcom, la ricerca è stata realizzata dal Centro studi InContra su un campione di quasi 2.000 lavoratori, suddivisi in collaboratori e responsabili.
Ecco, in sintesi, alcuni risultati.
Anzitutto, le Pmi registrano un tasso di attivazione due volte maggiore rispetto al periodo pre-pandemico, contro una tendenza di segno opposto nelle grandi imprese. Il non ricorso al lavoro agile resta per lo più una scelta volontaria del lavoratore; solo per il 30% si deve alla mancanza di strumentazione idonea e per il 22% a una decisione aziendale.
Poi, pur riconoscendo allo smart working un buon potenziale di bilanciamento vita-lavoro, circa il 70% dei responsabili dichiara di aver avuto difficoltà nel separare i tempi. Diffusa la percezione da parte dei collaboratori (il 60%) che all’aumento delle ore lavorative non corrisponda un commisurato riconoscimento di straordinari, insieme con un certo disagio nel sentirsi sempre connesso e reperibile (opportuno riflettere sul diritto alla disconnessione).
Il risparmio (per trasporto, pranzo, ecc.) mette d’accordo tutti, così come l’aumento della propria produttività e l’incremento dell’autonomia e della responsabilità nel raggiungimento degli obiettivi. Di contro, si registra una certa difficoltà su: coordinamento (con il capo e con il team), condivisione di informazioni e tempi di risposta. Nella relazione da remoto, infatti, per il 35% dei soggetti non si ha la stessa efficacia che in presenza.
Infine, in misura dell’82%, i soggetti sono favorevoli a essere valutati sulla capacità di raggiungere i propri obiettivi lavorativi, percentuale che scende al 60% se si chiede di immaginare la retribuzione legata a questo raggiungimento. Cause: la poca fiducia nella dirigenza e la percezione di una cultura d’impresa obsoleta.
Per Salvatore Vigorini, presidente di InContra, “i risultati ci spingono a una profonda riflessione su come questa modalità di fornire la prestazione richieda un ripensamento dei ruoli e dell’organizzazione in azienda.