ROMA – Un regno perfetto in cui la modernità viene lasciata fuori per dare spazio agli usi e costumi del Medioevo. Una società in cui il tempo si dilata e il baratto non permette alla delinquenza, alla fame e agli aspetti malsani della contemporaneità di ‘soffocare’ l’equilibrio degli abitanti di un casale di campagna alla periferia della Capitale. Una realtà assurda a due passi dal caos della città moderna che prende vita ne ‘Il Regno’ di Francesco Fanuele e sviluppato, precedentemente, nel suo omonimo cortometraggio di diploma del Centro sperimentale di cinematografia.
TRAMA E CAST
Presentato ‘fisicamente’ alla Casa del Cinema a Roma, il lungometraggio di esordio di Fanuele non esplora soltanto la riscoperta di un mondo senza tecnologia ma anche il tema della solitudine attraverso Giacomo, il protagonista interpretato da Stefano Fresi (già nel cast del corto): autista di autobus, rimasto senza genitori, non ha una compagna e i passeggeri del bus non possono avvicinarsi a lui per via del cartello ‘non parlare con l’autista’.
“Io sono molto nostalgico. Il mio desiderio è trovarmi dopo la morte in epoche passate che conosco poco”, ha detto Fresi durante la conferenza stampa. “Io sono cresciuto nella campagna della Sardegna. Quando avevo cinque anni, più o meno, ho vissuto le stesse situazioni del film perché a casa di mia nonna non c’era la luce e l’acqua calda. L’appartenenza a questi luoghi (che fanno riassaporare le cose semplici, ndr) – ha continuato l’attore – e il tempo dilatato hanno rappresentato la ‘madre’ di molti sogni che mi hanno portato ad essere la persona che sono ora”.
La storia racconta di un conducente di autobus. Un giorno scopre che il padre, che lo ha abbandonato trent’anni prima, gli ha lasciato in eredità il trono di un regno tanto assurdo quanto medievale. Dopo essersi ritrovato a capo di questa comunità segreta e averla messa a repentaglio, l’autista combatte contro lo Stato italiano per salvarla e ottenere l’indipendenza, riuscendo finalmente a superare il suo complesso d’inferiorità verso la figura paterna e a rimarginare la ferita dell’abbandono.