BOLOGNA – Anche gli avvocati vogliono tornare in aula. E la scorsa settimana la Camera penale di Bologna ha scritto ai vertici dei vari uffici giudiziari chiedendo un incontro per far presente “la nostra ferma posizione sulla necessità di rivisitazione e modifica delle norme di accesso agli uffici ed alle cancellerie a partire dal mese di settembre, perché riteniamo che ciò possa essere il primo passo per ridare slancio sia alla ‘macchina della giustizia’ che alla nostra professione”. E la risposta del presidente del Tribunale, Francesco Caruso, è arrivata a stretto giro di posta: “Tenuto conto dell’andamento dell’epidemia e dell’imprescindibile esigenza del mantenimento delle precauzioni e misure sul lavoro, fino al 31 ottobre si applicheranno le misure organizzative“ adottate per prevenire la diffusione del coronavirus. Ad ogni modo, Caruso assicura di aver letto attentamente la lettera degli avvocati penalisti e, se da un lato ricorda tutte le disposizioni normative anti-Covid ancora in vigore, dall’altro sottolinea che in Tribunale si lavora, anche ad agosto, proprio per non fermare la ‘macchina della giustizia’. La lettera è stata annunciata dal direttivo della Camera penale ai soci in una comunicazione che riepiloga tutte le difficoltà della professione. Il 2020 è “uno degli anni più difficili della nostra storia recente”: il lockdown da inizio marzo “non ha risparmiato il settore della giustizia, colpito forse più di ogni altro da una paralisi totale protrattasi per oltre due mesi, e solo in piccola parte superata a partire dal mese di maggio”. Ma, col passare del tempo, è “sempre maggiore la difficoltà a svolgere quelle che fino a qualche mese fa erano attività assolutamente di routine, come visionare un fascicolo, depositare un atto, chiedere informazioni in Cancelleria”.
La professione di avvocato, “già pesantemente colpita, anche dal punto di vista economico, dal blocco totale dell’attività giudiziaria, risulta fortemente compromessa anche dalle attuali regole di contingentamento imposte per il contenimento del rischio epidemiologico”, aggiungono i penalisti. Che fino ad oggi, “con senso di responsabilità e con serietà”, dicono di aver “scrupolosamente rispettato quanto era necessario per la salvaguardia del fondamentale diritto alla salute di tutti gli utenti dei Palazzi di Giustizia”.