Un’ex ospite di comunità si racconta: “Dalla droga si esce col dialogo e senza metodi punitivi”

AGI – Il 30 dicembre scorso usciva sulla piattaforma Netflix la serie “Sanpa – luci e tenebre di San Patrignano”, serie TV che, attraverso interviste a collaboratori e ex ospiti, con immagini d’archivio, documenta la controversa storia della comunità di riabilitazione per tossicodipendenti fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978, a Coriano.

“Ho voluto vedere quella serie, nonostante ne avessi timore. Perché sapevo che mi avrebbe scosso. Al contrario di quanto dichiarato dai responsabili di San Patrignano, l’ho trovata più che equilibrata, con un ottimo lavoro di ricostruzione.

E’ demotivante però il fatto che si sia riacceso un dibattito su scala nazionale su San Patrignano, sulle comunità terapeutiche, solo dopo l’uscita della serie, ma visto che è servita una docu-serie per “rispolverare” l’argomento, credo che il lavoro su “Sanpa” debba allora diventare occasione per guardare l’oggi, per capire cosa possiamo fare nei confronti di un problema – come le tossicodipendenze, con la eventuale presa in carico delle comunità e l’intervento del Sert – ancora ben presente”.

Le parole sono di Viviana Correddu, 40 anni, genovese, tossicodipendente dal 2001 al 2009 e “rinata” grazie al suo incontro con la comunità di San Benedetto al Porto, fondata nel 1970 da Don Andrea Gallo, il “prete di strada” genovese che accolse i primi “tossici” in canonica, salvo poi – con l’aiuto di persone di buona volontà tra cui per la maggior parte gli stessi tossicodipendenti da lui accolti – dar vita ad una comunità più strutturata: così  nacquero le Cascine (tra Liguria e Piemonte) e la trattoria A Lanterna. 

Nulla a che vedere con San Patrignano, per metodologia e numeri. A confermarlo all’Agi la stessa Viviana che nel 2007 è entrata in quella comunità: “A San Benedetto di metodi punitivi non ce n’erano – racconta – quando le cose non andavano bene, si è sempre utilizzato il dialogo, la riunione, la messa in discussione, in gruppo, di quel che non andava bene.

Meglio puntare sulle piccole comunità

Certo, difficile farlo in una comunità con 2 mila persone – sottolinea Viviana – Ma è proprio qui la differenza: altre realtà, che oggi magari annaspano sul piano economico, hanno scelto di fare un percorso differente, con gruppi più piccoli. Nella Cascina di Mignanego, dove sono stata come residente per due anni, ad esempio eravamo arrivati a punte di massimo 17 persone”.

A san Benedetto al Porto, infatti, le persone in comunità non superano la ventina in termini numerici. Una scelta precisa che porta avanti come comunità di “accoglienza”, basata sui rapporti umani, in contrapposizione con il metodo “terapeutico” di massa.

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