Quaranta anni fa il sisma dell’Irpinia. Tra memorie di sprechi e di atti di solidarietà 

AGI –  La mattina era stata insolitamente mite, con una temperatura quasi da primavera e un sole troppo caldo per fine novembre, in un’aria ferma in modo irreale. La scossa delle 19.34 cambiò tutto.

Cambiò le condizioni metereologiche, perché, subito dopo il silenzio profondo seguito al rombo della terra e al crollo degli edifici, una notte gelida piombò sui superstiti, e la prima neve si affacciò sullo scenario devastato dei paesi delle aree interne tra la Basilicata e le province dell’Avellinese e del Salernitano. Ma cambiò anche una civiltà contadina antica di cui quella parte di Italia era orgogliosa.

Un mondo contadino 

Il sisma dell’Irpinia decretò la fine di un mondo che ora si può vedere in controluce in quei musei all’aperto che sono diventati i centri antichi di borghi come Conza o Laviano, conservati in ciò che ne è rimasto dopo la rimozione delle macerie, e ricostruiti interamente più a valle. E cambiò anche la vocazione economica di quella porzione del Cratere che ospitò, negli anni a seguire, l’arrivo dei grandi nomi dell’industria del Nord, attirati dalle risorse a fondo perduto e dagli sgravi fi

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