L’ospedale di provincia dove i medici devono sdoppiarsi

AGI –  Sono sei letti: un uomo è a pancia in giù, gli altri hanno il viso rivolto al soffitto, senza sguardo. Il fischio dei respiri avverte che c’è ancora tanta vita qui, straziata, ma vita.  

“La donna di 39 anni si sta riprendendo molto bene. Non ha altre patologie e le hanno tolto il tubo. Il resto dei pazienti, età media sui 60 anni, è in uno stato di sospensione. La loro situazione può evolvere in bene o in male”. Di loro sa tutto, tranne come andrà a finire, Francesco Cipriani, il capo infermiere della Rianimazione dove c’è la piccola terapia intensiva dell’ospedale di Cernusco sul Naviglio, a cui spetta un compito esorbitante: prendersi cura della Milano popolosa che si ‘allunga’ fuori dalla città, nella provincia trafitta in modo cruento dal secondo ‘giro’ del virus.

“Il momento devastante è quando li intubiamo”  

Cipriani mantiene il sorriso di chi ha fiducia nel proprio mestiere per tutta la conversazione, tranne quando deve ammettere “che c’è una cosa che ci taglia le gambe, a cui non eravamo preparati a marzo, non lo siamo ora e non lo saremo mai. E’ quel momento devastante in cui sono coscienti, prima che li intubiamo. Sanno che magari non si sveglieranno e allora ci lasciano in custodia messaggi d’amore per chi sta fuori, i familiari che, dopo averli accompagnati qui, sono costretti a ‘sparire’. Per le altre malattie, questa è una differenza importante nel nostro approccio, intubavamo ma immaginavamo come sar

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