AGI – La vicenda è così nota che c’è poco gusto a riferirla, se non per sommi capi: Boris Johnson, primo ministro del Regno Unito, ha impalmato la fidanzata Carrie Symonds nella Cattedrale di Westminster, sabato 29 maggio. Era presente il piccolo frutto dell’amore Wilfred, la cui nascita ha preceduto di circa un anno la cerimonia regolarizzatrice.
Il matrimonio è stato celebrato secondo i canoni del rito cattolico e qui inizia il racconto, perché se una cosa del genere fosse successa non diciamo in epoca vittoriana, ma ancora nella prima metà del longevo regno di Elisabetta II, le conseguenze politiche sarebbero state non indifferenti.

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Boris Johnson e la fidanzata Carrie Symonds
L’Inghilterra (in questo profondamente diversa dalle altre parti del Paese) ha con il cattolicesimo un rapporto tutto suo. Non c’è rancore (ve n’è stato), quindi in fondo che male c’è. In compenso c’è molto gusto per la distinzione. Mai saremo la stessa cosa. Chi si confondeva con Roma, per lungo tempo, pagava pegno.
Persino Tony Blair, che pur non risparmiò alla Regina il dispetto di definire Diana la Principessa del Popolo, quando si trattò di aderire al cattolicesimo attese di essere con tutti e due i piedi fuori da Downing Street e fuori della portata della Monarca, che anche lei però si lascia intendere ben disposta al dialogo con il Papa di Roma. Ma quanto a passi azzardati, meglio attendere i segni dei tempi che verranno.
Insomma, sposandosi con la cattolica Carrie nella comunione con Roma il nostro Boris ha compiuto l’ennesimo, piccolo quanto ribaldo strappo con tutto ciò che era la britishness fino a quando al mondo non si è manifestato lui, il rompitore di canoni per eccellenza in un Paese di tradizionalisti rompitori di canoni per tradizione.
Questo è un primo motivo per cui non bisogna stupirsi dell’accaduto. Il second