AGI – Tre sacerdoti infedeli, un’etnia che non ama gli stranieri e la guerra civile finita ma non conclusa in quello che forse è il paese più povero del mondo. In questa polveriera si muoveva e si muoverà Christan Carlassare, una volta uscito dall’ospedale, quando prenderà possesso della diocesi di Rumbek, in Sud Sudan. Avrà bisogno di aiuto.
La cerimonia d’insediamento era prevista tra qualche settimana, ora sarà il decorso postoperatorio a determinare i tempi. Lui perdona, invita a mantenere intatti gli slanci e gli affetti, a non cedere alla preoccupazione. Ma il contesto in cui è maturato l’attacco che lo ha visto gambizzare l’altra notte di preoccupazioni non può che alimentarne, fatto com’è di rivalità tribali, lotte personali, fragili tregue e colpi di mitra.

© Stefanie Glinski/AFP
Morning in a cattle camp, South Sudan
Nella sterminata diocesi di Rumbek, che da sola è grande come la Svizzera e ospita un milione di abitanti tra i più indigenti d’Africa, solo negli ultimi giorni sono state uccise una ventina di persone. Ufficialmente sono storie di abigeato o piccola criminalità, ma nessuno ignora che tra il furto del bestiame e lo scontro tribale o sociale c’è poca differenza. Scolarità di fatto sotto il 20 percento, soglia di povertà per il 50 percento, sviluppo economico conseguente a tanta arretratezza. Soprattutto, l’instabilità politica.
Il Sud Sudan è, tra i suoi record, anche il paese più