Uganda, Andriani (Afron): “Cancro crea stigma, reggiseno ridà la vita”

ROMA – Un reggiseno imbottito può salvare la reputazione, garantendo una vita serena? Sì, e succede in Uganda, dove le donne che si ammalano di tumore alla mammella e subiscono l’asportazione di un seno rischiano di andare incontro a pregiudizi, stigma e quindi emarginazione. Per questo Afron – Oncologia per l’Africa Onlus lancia la campagna di raccolta fondi ‘Dietro le cicatrici’, dal 26 marzo fino al 9 maggio, giorno della festa della mamma. “Perdere un seno o i capelli per una donna significa perdere la propria femminilità e la serenità di uscire di casa senza essere guardata subito da tutti” racconta all’agenzia Dire Cecilia Verderamo, che dopo un tumore al seno ha deciso di diventare socia di Afron per dare il proprio “contributo”. “Io sono guarita- continua Verderamo- ma mi sento una privilegiata. Sono convinta che in Africa per le donne sia tre volte più dura”.

Oltre alle difficoltà nell’accesso a diagnosi precoci e cure, Verderamo ricorda che per una donna ammalarsi è più dura perché “la società ugandese è retta dalle donne. Deve essere terribili sentirsi fragili e deboli”. E a questo può aggiungersi il pregiudizio di non avere più un seno, in contesti dove la malattia è considerata una punizione divina. “Quando mi ammalai persi i capelli-continua Verderamo- Odiavo dover uscire con il foulard così un mio amico mi regalò una parrucca. La mia vita cambiò, ritrovai la serenità e anche la voglia di combattere la malattia. Gliene sarò sempre grata”.

Ancora alla Dire la presidente di Afron spiega: “Vogliamo regalare un reggiseno speciale che permette di imbottire la coppa del seno perduto. In Uganda le protesi sono un lusso”. L’idea, continua Andriani, “è venuta dopo che i nostri partner in Uganda ci hanno raccontato delle difficoltà che le donne senza un seno patiscono a mostrarsi in pubblico. Oltre a perdere un elemento di femminilità, l’assenza del seno le ‘etichetta’ agli occhi degli altri come malate e diverse, dato che molti credono ancora che la malattia sia una punizione”.

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