di Brando Ricci
ROMA – “Abbiamo lasciato l’ambasciatore Luca Attanasio ieri dopo la messa, intorno alle 10.30 di mattina. Era una persona squisita, rara da trovare nell’ambiente diplomatico, semplice e accogliente. Quando era qui c’erano persone che neanche si rendevano conto che fosse proprio lui l’ambasciatore”. A parlare con l’agenzia Dire è padre Franco Bordignon, missionario saveriano. Padovano, dal 1972 opera nella regione del Sud Kivu, oriente della Repubblica democratica del Congo, situato sul versante dell’omonimo lago opposto a quello del Nord Kivu.
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L’ambasciatore, Luca Attanasio, è stato ucciso oggi proprio in questa regione in un agguato insieme a un carabiniere della scorta, Vittorio Iacovacci, e al loro autista congolese Mustapha Milambo. I tre si stavano recando con il direttore aggiunto del World Food Programme, Rocco Leone, a bordo di un convoglio diretto da Goma alla cittadina di Rutshuru. Nella località di arrivo avrebbero dovuto visitare un progetto multisettoriale finanziato dall’agenzia delle Nazioni Unite.
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Padre Bordignon vive a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, dove l’ambasciatore e il dirigente del Wfp avevano trascorso la domenica che ha preceduto l’attacco. Il missionario ricorda che Attanasio, nominato ambasciatore in Congo nel 2017, “era già stato quattro volte a trovarci e l’anno scorso era venuto anche con la moglie e le sue tre figlie piccole”. Un legame forte, quindi, al punto che padre Bordignon dice che “Attanasio era per noi come un fratello” e che la missione “era casa sua”.
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Il sacerdote afferma che il diplomatico italiano, nato 43 anni fa a Saronno, in provincia di Varese, “sembrava prediligere fra tutti il mondo dei missionari” e che per questa ragione “aveva lanciato l’idea di raccogliere le memorie dei tanti sacerdoti e laici che hanno contribuito allo sviluppo del Congo con l’obiettivo di costruire un’antologia che fungesse da memoria del nostro lavoro nel Paese“.