M5s. Intrighi e complotti, la versione di Dibba riaccende l’antica fiamma

ROMA – Camiciona e pantalone jeans, barbetta e capello più lungo del solito (“Me li volevo far crescere per sembrare più giovane, ma me li taglierò”), Alessandro Di Battista inizia una lunga diretta Instagram puntualissimo: alle 18, come da appuntamento. Questa volta alle spalle non ha lavandini e scolaposate, come nel video in cui annunciò l’addio ai Cinquestelle, ma la foto in bianco e nero di una metropoli.

“So che è una diretta particolarmente attesa- esordisce- ma non è che debba dare chissà che annunci“. Profilo basso, quindi, non ci saranno sorprese: “Risponderò alle vostre domande, me ne avete mandate migliaia”. Fuori dal suo appartamento, nella galassia grillina e nei palazzi della politica, i suoi ex colleghi se le stanno dando di santa ragione. Espulsioni, ricorsi legali, minacce, addii, scalate. E lui? “Io non sto capitanando correnti o scissioni- assicura- non sto fondando partiti”.

Però, volente o nolente, è a lui che guardano tanti militanti, quelli che, a torto o a ragione, sono convinti sia lui il teodoforo della fiamma grillina: è tra le sue mani che brucia ancora la torcia del vaffa. Lui conferma e non smentisce: “Io non ho mai cambiato idea, è il Movimento che non la pensa più come me”. Di Battista è un fiume in piena, ci sono ottomila persone a seguire la diretta. Matteo Salvini e Giorgia Meloni? “Due pavidi, mica vogliono governare davvero”.

Il governo Draghi? “Un’accozzaglia indecorosa, un assembramento parlamentare pericoloso. Non mi fido, non mi fido, il voto si chiama fiducia eh”. E poi, diciamola tutta, “il ‘whatever it takes’ tanto elogiato è stato costretto a farlo, altrimenti sarebbe saltata tutta la Ue. Mi sembra piuttosto ovvio che il presidente della Bce cercasse di salvare l’euro”. Il ragionamento sul debito buono e cattivo? “Un discorso banale e vuoto”.

Cinquanta minuti live, sembra di tornare indietro nel tempo. Al complottismo. Eccolo allora Draghi, cavaliere di “Goldman Sachs”, come “Barroso, Monti, Prodi”. La prova? “Confindustria l’ha benedetto”, avallando il suo governo nato dalla “congiura di una serie di poteri”.

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