ROMA – “In questo momento la situazione in Myanmar è tesa. La presenza delle forze di sicurezza è pesante. Non si registrano scontri ma gli arresti proseguono, anche se con minor intensità. Le strade sono vuote, ma era così anche nei giorni scorsi a causa delle restrizioni anti-Covid. Le manifestazioni e i sit-in non si vedono da tanto”. Con l’agenzia Dire parla un residente di Yangon, capitale del Myanmar fino al 2006 e metropoli più popolosa del Paese.
L’uomo ha chiesto di restare anonimo per ragioni di sicurezza: lunedì la presa del potere da parte dei militari, con l’arresto della presidente de facto Aung San Suu Kyi e l’imposizione dello Stato d’emergenza, è stata accompagnata da arresti non solo tra i politici ma anche tra attivisti, giornalisti, intellettuali ed esponenti della società civile.
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L’instabilità politica si somma a condizioni di vita precarie per molti. “I salari in media sono bassi e non arrivano a coprire il costo della vita” dice il residente. “Le condizioni di lavoro sono pessime. Esistono leggi sul lavoro, ma il più delle volte non vengono applicate. L’attività sindacale è ancora agli inizi e raggiunge solo l’1 per cento dei lavoratori. Inoltre è soggetta a persecuzioni”. La situazione migliora per chi lavora nelle fabbriche collegate ai grandi brand della moda internazionale – di cui questa regione asiatica è colonna portante, fornendo sia filati che prodotti finiti – ma secondo la fonte da Yangon non si può parlare di vita accettabile. “La cosa peggiore è l’alloggio” spiegano alla Dire. “Tutti i lavoratori delle zone industriali di Yangon vivono in zone squallide, in appartamenti sovraffollati, senza servizi, che costano il 30-40 per cento dello stipendio. Esistono fondi e servizi di tutela sociale gestiti dallo Stato ma i benefici sono pochi”.
A questo quadro si è sommato il Covid-19. “Il virus si è diffuso rapidamente soprattutto nei popolosi sobborghi e, per via della crisi economica che ha fatto crollare le esportazioni,