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Birco, il re della musica ivoriana che a Napoli ce la fa nel film di Luca Ciriello

“L’Armée Rouge” è ambientato nella periferia est di Napoli, tra il multiculturale quartiere del Vasto e quello di Ponticelli, e porta sullo schermo il coupé decalé

di Tommaso Meo

ROMA – “Siamo nati per farcela”, dice con lo sguardo deciso Birco Clinton – nome d’arte di Idrissa Konè – nel film “L’Armee Rouge”, documentario del napoletano Luca Ciriello presentato in concorso al 61esimo Festival dei popoli di Torino (disponibile su Mymovies fino al 26 novembre). Il film – primo lungometraggio del regista – è ambientato nella periferia est di Napoli, tra il multiculturale quartiere del Vasto e quello di Ponticelli, dove Birco abita con altri ragazzi come lui arrivati in Italia dalla Costa d’Avorio. “La sua storia è quella di un uomo che vuole trasformare un sogno in realtà, con determinazione e astuzia e anche in modo a volte goffo”, racconta il regista all’agenzia Dire.

Birco – un nome che è la commistione di più personaggi di successo: da un imprenditore maliano all’ex presidente americano Bill Clinton – si è fatto promotore a Napoli del coupè decalé, un genere musicale ivoriano nato a Parigi nei primi anni 2000. Oltre a cantare ha riunito attorno a sé un gruppo di ragazzi della Costa d’Avorio – l’Armee rouge del titolo – che lo aiuta nella realizzazione dei videoclip delle sue canzoni e a organizzare una festa di Natale. Il film però racconta soprattutto Birco che, secondo l’autore, “è quello che si dice un ‘boukantier’, uno che fa rumore e prova a far appassionare alla sua musica”. Ciriello lo ha seguito per più di un anno, trasferendosi a vivere lui stesso nel Vasto: “Non c’è stata mediazione, ho dato pochissime indicazioni agli attori. Il segreto è stato stare con loro il più possibile e ascoltarli”. La telecamera è arrivata dopo.

Ciriello spiega di aver cercato “di fare un film energico e positivo”, fuori dalla narrazione mainstream degli immigrati. “Ho voluto – dice – raccontare una comunità che nonostante i problemi non sta male e che si inventa una propria microeconomia fatta di feste e magliette brandizzate”.

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