Un network di atenei per prevenire la violenza di genere: ecco il progetto UN.I.RE

ROMA – Parte da una rete di nove atenei italiani dal Nord al Sud della penisola (Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Calabria, Foggia, Milano Statale, Padova, Trento, Trieste, Osservatorio Interuniversitario sul Genere, Parità e Opportunità di Roma Tre, Fondazione Ca’ Granda-Policlinico di Milano) la sfida a fare dell’università un luogo di prevenzione della violenza contro le donne, attraverso la creazione di un network aperto alle università che possa interfacciarsi con reti analoghe in ambito Ue. È l’obiettivo ambizioso di UN.I.RE (UNiversità In REte contro la violenza di genere), il progetto finanziato con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento per le Pari Opportunità che, a conclusione delle azioni in programma, ha aperto oggi un corso di aggiornamento/formazione sulle tematiche relative alla violenza di genere contro le donne a partire dalla conoscenza della Convenzione di Istanbul. 

Nato “alla Camera dei Deputati grazie all’idea del capo della delegazione italiana al Consiglio d’Europa Michele Nicoletti di fare un premio per le migliori tesi magistrali e di dottorato sull’applicazione della Convenzione di Istanbul” ricorda Marina Calloni, docente e coordinatrice del progetto Unire per l’università capofila di Milano-Bicocca, il progetto si è sviluppato grazie “a un bando del Dpo. Ora siamo dieci unità- fa sapere la docente- in cui abbiamo messo insieme competenze e diverse aree geografiche”. Proficuo, quindi, fin dal principio, il rapporto col Consiglio d’Europa, proseguito nel corso del progetto con l’audizione delle docenti di Unire da parte del Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa (Grevio), in visita lo scorso anno in Italia per il monitoraggio dell’applicazione della Convenzione di Istanbul. “Non solo il nostro documento è stato pubblicato nella pagina del Consiglio d’Europa- fa sapere Calloni- ma è stato anche inserito nel Rapporto del Grevio come buona pratica che dovrebbero seguire anche le università di altri Paesi dell’Unione”. 

Il gruppo di lavoro è partito da una rilevazione nelle stesse università, “perchè non era chiaro cosa facessero su questo tema”, confessa la docente, che sottolinea la risposta positiva degli atenei: “Su 66 ci hanno risposto in 61.

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