Secondo Allo, la situazione nel Tigray potrebbe trasformarsi in “un incubo” per la regione del Corno d’Africa, che rischia di “innescare importanti flussi migratori, in grado di raggiungere il Mediterraneo e l’Europa nel prossimo futuro”. A questo si aggiunge la denuncia del direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) in Etiopia, Sajjad Mohammad Sajid, che sottolineano la necessità urgente di accesso umanitario nella zona. “Cibo e carburante servono subito” ha riferito il dirigente all’emittente Al Jazeera, aggiungendo che oltre due milioni di persone sono state colpite dalle conseguenze delle ostilità.
Ancora provvisorio e non confermato invece, il bilancio delle vittime. Secondo l’Ethiopian Broadcasting Corporation (Ebc), emittente televisiva di Stato, nel conflitto sarebbero rimasti uccisi almeno 550 combattenti del Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf). Questa cifra non è stata ancora confermata da un alcun organismo indipendente. L’esercito etiope ha invece negato che gli attacchi della regione abbiano visto il coinvolgimento delle forze armate della vicina Eritrea, come denunciato dal leader del Tplf, Debretsion Gebremichael. La premessa di Allo è che “il blackout totale di telecomunicazioni e internet nella regione ci impedisce di avere molte informazioni”. L’esperto crede però che sia possibile fare alcune valutazioni di natura politica.
Secondo Allo, della stessa comunità di Abiy Ahmed, primo capo di governo etiope di origini oromo, il primo ministro “ha intenzione di espandere una guerra già in corso nel resto del Paese”. Il professore sottolinea che “se il Tigray fosse stato impreparato a livello militare e logistico come la regione dell’Oromia, il governo avrebbe semplicemente imposto il suo volere con le forze di polizia, come fatto lì”. La regione settentrionale, stretta tra il confine con l’Eritrea e quello con il Sudan, sarebbe invece “pesantemente armata e molto più organizzata”. Normale allora, questa la tesi, che sia scaturito un conflitto. Secondo Allo, “il futuro politico del Paese dovrebbe essere deciso dai cittadini e non imposto invece con le armi”.
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L’esperto dice che Abiy Ahmed sta cercando di “imporre una vecchia visione restauratrice,