ROMA – Un Nobel per la pace rischia di dover fare la guerra. E di ripetere magari la parabola del leader sovietico Mikhajl Gorbachev, omaggiato all’estero ma costretto in patria a vedere andare “tutto in malora”. Spettri, questi, secondo Mario Giro, un esperto di Africa, che agitano il sonno del primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed. L’intervista con l’agenzia Dire si tiene dopo scontri armati che in settimana hanno alimentato timori di escalation.
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Da una parte il governo federale di Addis Abeba, dall’altra l’esecutivo del Tigray, una regione al confine con Sudan ed Eritrea dove vivono oltre cinque milioni di persone. Combattimenti sono stati segnalati su un fronte meridionale, al confine con l’Amhara, mentre i caccia sorvolavano il capoluogo Macallè e il presidente tigrino Debretsion Gebremichael accusava le truppe di Addis Abeba di aggressione.
Già viceministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, docente di Relazioni internazionali e geopolitica, Giro è da oltre 20 anni animatore della Comunità di Sant’Egidio. È analista e scrittore: la prossima settimana sarà pubblicato il suo nuovo libro, ‘Guerre nere. Guida ai conflitti dell’Africa contemporanea’ (Guerini e associati). Come rappresentante delle istituzioni italiane o di Sant’Egidio ha visitato molti Paesi subsahariani, dalla Costa d’Avorio al Sudan al Burundi.
In Etiopia Giro è stato più volte, anche per i funerali di Meles Zenawi, il primo capo del governo dopo la fine del governo socialista e l’indipendenza dell’Eritrea nel 1991. “Fu una cerimonia grandiosa, ammantata di un valore religioso nonostante Zenawi religioso non fosse” ricorda Giro. “Esequie così, con tutti i simboli della Chiesa ortodossa, non erano state celebrate nemmeno per il negus”. Un momento, era il 2012, importante per capire la crisi di oggi. Secondo Giro, la scomparsa del primo ministro ha privato l’Etiopia di una figura in grado di contenere le spinte centrifughe favorite dalla scelta federalista fatta dopo la caduta del governo socialista.
“I tigrini che avevano fatto la guerra avevano scommesso sulla decentralizzazione” ricorda l’esperto.