ROMA – Gelosia, raptus, lite familiare. Sono questi i ‘bias’ di genere più frequenti nella narrazione giornalistica della violenza maschile contro le donne, stereotipi e pregiudizi sistematici e ricorrenti individuati dalle ricerche condotte nell’ambito del ‘Progetto Step-Stereotipo e pregiudizio: per un cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nel racconto dei media’, promosso dall’università della Tuscia in collaborazione con l’ong Differenza Donna e il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ben 16.715 gli articoli del triennio 2017-19 finiti nel database dell’indagine, per un totale di 15 quotidiani, nazionali e locali, analizzati e 14.727 titoli estrapolati.
“Uno dei temi più frequentemente utilizzati nelle worst practice è quello di spiegare la violenza con l’evento dell’essere stato lasciato (21%), al primo posto, o con la gelosia (19%), al secondo”, spiega Flaminia Saccà, presidente del corso di laurea Spri-Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali dell’università della Tuscia e coordinatrice scientifica del Progetto Step, nel corso della prima delle tre giornate di formazione dedicate ai giornalisti. Nei casi di femminicidio si parla spesso di ‘tragedia’ e ‘tragico epilogo’ (9%), ‘dramma’ (6%) e, addirittura, si tira in ballo l’amore (10%). Spesso, poi, nella narrazione dei media “non si sa da parte di chi la violenza viene agita”. Nelle word cloud, ricavate dagli oltre 16mila articoli esaminati, spiccano infatti parole come ‘donna’, ‘donne’, ‘violenza’, ‘casa’, ‘maltrattamenti’, ‘carabinieri’. “Ma dov’e’ il colpevole?”, chiede Sacca’. I termini ‘ex’, ‘marito’, ‘compagno’, sono molto meno frequenti quindi “manca la chiara cognizione del colpevole”. Ed è proprio nella descrizione che i quotidiani fanno dell’autore della violenza che l’uomo emerge come ‘violento’, ma anche “‘libero’, ‘mite’, ‘debole’, aggettivi che attenuano la pericolosità dell’uomo oggetto della narrazione”, osserva Saccà, che ricorda come la costellazione di termini associati facciano spesso riferimento “all’assenza di volontà dell’azione che deriva da un impulso”, come ‘incontrollato’, ‘patologico’, ‘cieco’, ‘disperato’, ‘folle’, ‘irrefrenabile’. Mentre le donne, nella narrazione della violenza, vengono descritte spesso come ‘giovani‘, “ne viene indicata sempre l’identità nazionale”, e a volte sono ‘povere’, con riferimento “innanzitutto al concetto di ‘povere vittime’”.