ROMA – “Ringraziamo Marta, che ci ha fatto conoscere uno scenario di orrore che non avremmo neanche potuto immaginare: la pratica di seppellire feti abortiti, per interruzione volontaria o spontanea, in apposite aree cimiteriali, senza che la madre ne sia al corrente, senza che esprima consenso”. Così in una nota stampa la Casa internazionale di Roma.
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“Grazie al clamore suscitato dalla vicenda- continua il comunicato- stiamo scoprendo che in molti comuni italiani esistono questi cosiddetti ‘Giardini degli Angeli’, e che ci sono organizzazioni ultracattoliche, come l’associazione difendere la vita con Maria, che si oppongono al ‘genocidio abortista’ seppellendo i feti sotto una croce che porta il nome della donna che, secondo loro, dovrebbe essere un semplice contenitore di una vita che, appena abbozzata, avrebbe più diritti di lei. C’è prepotenza e ferocia, nell’apporre una croce laddove non si dà modo di esprimere i propri credo religiosi, o la mancanza di essi, c’è una violazione enorme del diritto alla privacy e alla riservatezza, nello scrivere, su quella croce, un nome che richiama ad un’individualità sessuata femminile, privata del diritto di scegliere. C’è crudeltà laddove si vorrebbe fare sfoggio di carità cristiana, c’è la negazione caparbia e antistorica di ogni diritto, conquista, riconoscimento ottenuto dalle lotte delle donne. E c’è ottusità nel credere che una narrazione così distorta possa essere contrapposta alla lotta per i diritti delle organizzazioni delle donne”.
Prosegue la Casa Internazionale delle Donne: “Libertà e diritti delle donne non si devono toccare. L’abbiamo urlato a Verona, a marzo 2019, quando il XIII Congresso mondiale delle famiglie (World Congress of Families, Wcf), saga del ‘movimento globale’ antiabortista, antifemminista e anti-Lgbtqi, ha ritenuto possibile distribuire gadget a forma di feti, e chiamare le destre più estreme (Salvini e Meloni non potevano mancare) a tuonare contro tutte le conquiste che hanno sottratto questo Paese al predominio assoluto del patriarcato. Non a caso, l’insieme dei partecipanti è stato classificato come ‘gruppo d’odio’ dal Southern Poverty Law Center,