AGI – Nel lessico comune esterno, ma anche interno, alle sacre mura vaticane è sinonimo di lavoro eterno ed incompiuto: fatica sisifea che ogni sera crede di essere completata ed ogni mattina si scopre infinita. Giudizio ingeneroso, per non dire quasi irriconoscente, quello che si dà della Fabbrica di San Pietro, se non altro perché la sua cugina tedesca, la Fabbrica del Duomo di Colonia, per portare a termine i lavori di secoli ce ne ha messi otto.
Il precedente concede pertanto alla Nostra altri trecento preziosi anni per dimostrare la propria efficienza e rapidità nel completare la Basilica, che aspetta dal 1500 o giù di lì. Ma non vuol dire: a Roma affermare “è una fabbrica di San Pietro” indica una sola cosa: l’inconcludente determinazione di chi inizia e non finisce mai. L’espressione, per intenderci, viene usata nel mondo politico per indicare l’estenuante e velleitario progetto di riformare la Costituzione. Dai tempi di Bozzi in poi uno progetta, l’altro cancella. Altro che Donnino Bramante o Maderno chissà quale dei tanti, per non citare Michelangelo.
Tutti hanno dovuto fare i conti con la Fabbrica, con la sola eccezione del primo, che infatti non trovò