ROMA – Arriva dal mondo delle imprenditrici turistiche il “grido di dolore” di un settore che, dall’inizio dell’emergenza coronavirus, non smette di soffrire. Per la presidente nazionale di Federturismo, Marina Lalli, intervenuta al webinar promosso oggi pomeriggio sul tema da Aidda (Associazione Imprenditrici Donne Dirigenti di Azienda) “si è ormai raggiunto il punto di non ritorno” e le aziende rischiano di non sopravvivere all’arrivo delle risorse del Recovery Fund. A parlare chiaro sono i numeri che Lalli mette in fila: “Finora le aziende alberghiere hanno perso 65 milioni di clienti, il settore del turismo 65 miliardi di euro, il trasporto aereo ha subito una perdita media del 70%”, per un giro d’affari bruciato dalle compagnie aree a livello mondiale di “84 miliardi di dollari”. E ancora “la perdita tra bar e ristoranti per la fine dell’anno si presume arrivi attorno ai 24 miliardi di euro, nel settore termale siamo al 75-80%, abbiamo una perdita secca in tutte le città d’arte. Stiamo parlando di cifre mostruose, una situazione disastrosa da tutti i punti di vista” che fa il paio col dato del “Fmi per il quinquennio 2020-25 che stima che saranno bruciati 28mila miliardi di euro”. Il problema, per la presidente di Federturismo, è che la soluzione non sembra essere a portata di mano. Anche le risorse del Recovery fund, infatti, “se i progetti presentati a gennaio saranno in linea con quanto richiesto dall’Europa”, arriveranno “non prima di aprile-maggio. Ma molte aziende non sono nella condizione di arrivare a quel periodo e di questo dobbiamo tener conto”, avverte.
Arriva da Matilde Bocca, vicepresidente del Gruppo Sina Hotel, un sos per il settore alberghiero: “Con lo spettro dei nuovi contagi non solo non riapriranno gli alberghi che erano riusciti a riaprire, ma ne chiuderanno altri se non si rinnova la cassa integrazione per il personale e i licenziamenti diventeranno inevitabili. Pensiamo a quante centinaia di migliaia di persone resteranno per strada con le loro famiglie”, dice, ricordando come gli alberghi chiusi per i mesi di lockdown “hanno dovuto anche pagare ingiustamente la Tari“.