con la collaborazione di Manuela Boggia e Camilla Folena
ROMA – Per parlare di “sindrome hikikomori” è necessario che coesistano almeno “tre condizioni: isolamento sociale, che sia continuo per almeno sei mesi e un sentimento di angoscia provocato proprio dal ritiro sociale. In questo caso si può parlare di disturbo psicopatologico”. A dirlo è Walter Orrù, psichiatra e direttore dell’Icsat (Italian Committee for the Study of Autogenic Therapy and Autogenic Training), che fa parte del gruppo di ricerca in psicopatologia all’interno del progetto ‘Ritirati ma non troppo’ dell’Istituto di Ortofonologia (IdO).
Si può parlare, quindi, di profilo di patologia se ci si riferisce ai ragazzi hikikomori? “In Psichiatria per dire che un fenomeno è un disturbo, una malattia vera e propria, bisogna tracciare delle caratteristiche ben precise e siamo ormai prossimi- conferma Orrù- a dire che si tratta di un disturbo psichiatrico“. L’aspetto più importante riguarda proprio il ritiro fisico in casa, dalla scuola e dalle relazioni con gli altri ragazzi del loro gruppo”.
Una situazione non scevra da angoscia: “Sono ragazzi che non vivono tranquillamente questo ritiro a casa- precisa Orrù- tanto da sviluppare una situazione ambivalente: è come se questo ritiro venisse compensato dall’uso della rete“.
L’isolamento domestico non è una condizione nuova tra gli specialisti della Salute mentale. “Esistevano già da tempo situazioni dove, in presenza di patologie psichiatriche come la depressione, la schizofrenia o i disturbi dello spettro autistico, l’esito era un ritiro sociale. Sono problematiche che hanno una condizione di comorbidità- spiega Orrù- e rispetto al fenomeno hikikomori oggi la difficoltà sta proprio nel fare diagnosi differenziali, nel senso di distinguere una forma primaria di ritiro sociale rispetto a tutte le altre forme che sembrano poi associarsi al fenomeno hikikomori”. Ne consegue che la terapia cambia “a seconda che sia primaria o associata a questi disturbi”.
Perché è un fenomeno di prevalenza maschile? “Sin da subito abbiamo notato che il rapporto di prevalenza maschi-femmine è di circa 4:1– conferma Orrù- e sembra associato a fattori soprattutto culturali. Dal punto di vista familiare, almeno in Giappone, i maschi vivono una condizione diversa da quella delle donne: le madri sono molto protettive nei confronti dei maschi e i padri sembrano assenti per motivi di lavoro.