AGI – Ma poi, in fondo, cos’è un Buonasera? Nulla: una parola vuota, che scivola via nello scontato. Un composto che sa di rosolio della nonna e di un tempo che ormai, per l’appunto, superò il tramonto. Lieve malinconia, sì, ma anche sottile striscia d’azzurro nel blu dipinto di blu di un cielo visto a Ponte Milvio.
E allora dirlo sa di delicato rispetto pieno di ritegno, di contenuta gioia che prelude ad attese le più intimamente amabili. “Buonasera, che piacere che mi fa / incontrarmi di nuovo con te” hanno cantato per decenni i nostri televisori ancora lontani dal Pal come dal Sekam. Ed è per questo, forse, che a saper della scomparsa di Nicoletta Orsomando la sera si tinge di quella che poi è la sua più naturale connotazione, la nostalgia.

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Nicoletta Orsomando
La Signora Orsomando, perché a pochi altri l’appellativo si attagliava con uguale precisione, era in realtà una Signorina, ed anche quest’ultimo appellativo le era connaturale come nessun altro. E in quei tempi, in cui dire Signorina era un fatto di educazione, come era di maleducazione dirlo a una Signora, la cosa poteva risultare da maldicapo. Invece non c’era niente di più naturale. Infatti solo chi aveva i modi della signora poteva aspirare ad essere signorina, e a dire buonasera.
Nel cuore di Peppe il Boxeur
Le Signorine Buonasera, lo diciamo per i giovani che manco più la televisione guardano, ma solo Netflix e ammennicoli consimili, erano quelle presenze femminili che annunciavano i p