ROMA – Raccontare l’altra storia. Quella dell’Africa come opportunità, con i suoi giovani che per fare impresa sanno anche rischiare. E della possibilità di creare rete, valorizzando le comunità di origine straniera in Italia per aprirsi a mercati che anche in tempi di pandemia stanno confermando il loro dinamismo. Prospettive, queste, oggi al centro di un webinar organizzato dalla Luiss Guido Carli.
L’appuntamento è il terzo del Programma diaspore, un ciclo sotto il segno dell’apertura internazionale, dell’educazione alla cittadinanza globale e della transculturalità. Si parla di economia e di ripartenza dopo la contrazione del 2020; ma anche, e prima ancora, di narrativa. “Bisogna allontanarci da uno storytelling vecchio” l’appello di Marco Francesco Mazzù, recruiting leader e professore di Marketing & digital alla Luiss. Che non siano solo proclami lo si capisce quando presenta la sessione di laboratori web del Programma diaspore prevista il 13 aprile. Con gli studenti di origine africana si parlerà di agri-business, nuove tecnologie e lotta contro la pandemia, digitalizzazione e sviluppo. Come dire: guardiamo avanti insieme, facendo dell’incontro e della “diversity” un elemento di forza.
L’appello è rilanciato da Cleophas Dioma, presidente dell’associazione Le Reseau, partner della Luiss. “Dobbiamo potenziare le possibilità di studio dei giovani africani in Italia – dice – e favorire la formazione e la cooperazione tra le università”. Che ci siano opportunità da cogliere, lo confermano i numeri. Dopo una frenata di circa due punti percentuali nel 2020, il Pil dei Paesi subsahariani è tornato a crescere: la Banca africana di sviluppo prevede per il 2021 un +3,4 per cento. “E lo scorso anno sette delle dieci economie che sono cresciute di più al mondo sono state africane” annota Alberto Magnani, giornalista del Sole 24 Ore, moderatore del webinar.
Le opportunità stanno insieme alle fragilità e alle sfide da affrontare, ma il quadro è comunque molto più variegato e ricco rispetto a quello spesso dipinto dai media. Ne è convinto Massimo Zaurrini, direttore della rivista ‘Africa e Affari’, che mette in guardia dai rischi di “una narrativa unica” e di “una storia incompleta”.