
Dura lettera aperta di Fabio Rodda, che descrive l’odissea della pandemia: “Sono un ristoratore, un cittadino umiliato dallo Stato. Non dal virus, da voi”

BOLOGNA – Poco più di anno fa l’Osteria dell’Orsa, storico locale bolognese nel cuore della zona universitaria, brulicava di avventori e tra un piatto di tagliatelle e l’altro (prodotte nel laboratorio di pasta fresca nella porta accanto), capitava di iniziare una conversazione con i turisti seduti al tavolo vicino (molto vicino). L’Orsa a Bologna è un’istituzione, tra gli studenti, ma non solo. L’Orsa, come gli altri ristoranti di Bologna, soffre. Non lo nasconde Fabio Rodda, che con altri soci, gestisce l’osteria da 20 anni. “Sono un ristoratore, un cittadino umiliato dallo Stato. Non dal virus, da voi. È passato un anno dall’inizio della pandemia, da quando io ho smesso di guadagnare. Sono passati dodici mesi e ancora si gioca ad ‘apri e chiudi’ con i locali”, sono le prime parole di una lettera indirizzata ai “rappresentanti del popolo italiano”, le istituzioni, il Governo, quelli dai quali Rodda e i suoi colleghi si sentono abbandonati.
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“Un anno fa ero socio di un gruppo che gestiva tre locali e un negozio di pasta fresca a Bologna, con sette soci e oltre sessanta dipendenti. Oggi, sono ancora socio di quel gruppo che ha tre locali e un negozio di pasta fresca chiusi, che ha perso oltre venti dipendenti, il 70-80% del fatturato e che ha avuto per ristori, in tutto il 2020, nemmeno la cifra sufficiente a pagare le tredicesime e gli adeguamenti degli stipendi di gennaio ai dipendenti“, racconta.
“In 20 giorni, tra la fine di dicembre 2020 e l’inizio di gennaio 2021, abbiamo speso più di tutto quello che lo Stato ci ha dato in un anno. Personalmente, io ho ricevuto anche l’insulto dall’Inps di vedermi accreditare 1.200 euro in 12 mesi, arco di tempo in cui io allo stesso istituto ho versato un po’ più di 5.000 euro.