Variante inglese da mamma a bambino in gravidanza, l’esperto: “No rischi”

ROMA – “Recentemente qui a Parigi abbiamo avuto dei casi di trasmissione verticale mamma-bambino dovuta alla variante inglese. Questi casi non hanno comportato alcun problema per il bambino, che è stato sostanzialmente o quasi asintomatico ed ha eliminato il virus senza problemi nel 98-99% delle situazioni infette per via verticale. Inoltre, non possiamo dire se effettivamente la variante inglese sia più trasmissibile verticalmente rispetto al ‘wild type’, ma anche se venisse trasmessa non creerebbe problemi più dell’altro ceppo”. A dirlo è Daniele De Luca, presidente dell’European society for pediatric and neonatal intensive care (Espnic) e professore di Neonatologia dell’Università Paris Saclay, componente del comitato di esperti dell’Oms che ha recentemente pubblicato il documento ‘Definition and categorization of the timing of mother-to-child transmission of SARS-CoV-2’. “Il valore scientifico di questo studio è elevato- assicura de Luca- perché dopo quasi un anno di pandemia abbiamo potuto capire che il virus effettivamente passa dalla placenta ed entra a far parte di quella famiglia di agenti infettivi verticalmente trasmissibili. Una volta venivano chiamati ‘gruppo Torch‘ e oggi comprendono il toxoplasma, il citomegalovirus e lo Zika virus”.

LEGGI ANCHE: Pescara, virologo: “Variante inglese non è più carogna, diffusione dipende da noi”

COME DIAGNOSTICARE IL COVID NEI NEONATI

Dato importante è che il team di esperti ha messo adesso nero su bianco come poter diagnosticare il covid nei neonati attraverso una serie di test: “Nel corso dei mesi sono stati segnalati diversi casi, fino a quello che abbiamo pubblicato noi dell’Università Paris Saclay sulla rivista Nature lo scorso luglio, che hanno fatto un po’ di chiarezza”. Il messaggio resta tranquillizzante: “La trasmissione verticale da madre a figlio avviene in circa il 4-5% delle gravidanze ed è importante identificarla per capire cosa succede”.

Per dimostrare una trasmissione verticale occorre soddisfare tre criteri: “Il primo naturalmente è che la madre abbia il covid in gravidanza; il secondo che ci sia evidenza di un certo passaggio- spiega il professore di Neonatologia- e questo criterio può richiedere un test molecolare (la Pcr) sulla placenta, sul liquido amniotico o ancora sul sangue del bambino. Infine, il terzo criterio prevede che questa infezione sia costante e progressiva, nel senso che non sia solo una contaminazione.

 » Continua a leggere su DIRE.IT…