ROMA – “L’acqua è il primo problema che ho incontrato nella mia vita” ricorda Fadji Zaouna Maina, accennando un sorriso sotto il foulard con fantasie di banco e di nero. Ha 29 anni e alcune settimane fa è diventata la prima ricercatrice originaria del Niger in forza alla Nasa, l’agenzia spaziale americana. Dopo bachelor, master e post-doc dal Marocco a Parigi passando per il Politecnico di Milano, si è candidata online ed è stata assunta come specialista in idrologia. “Utilizzo i dati inviati dai satelliti del Gravity Recovery Climate Experiment”, spiega all’agenzia Dire da Washington, “inserendoli in modelli matematici per capire come i cambiamenti climatici stanno condizionando il ciclo dell’acqua e l’evoluzione delle falde”. In videocollegamento si parla di alluvioni in Nepal e perfino di Marte, tornando pero’ spesso al punto di partenza: il Niger, inondato da fiumi di fango dopo mesi di siccità, e la sua Zinder, mille chilometri dalla capitale Niamey, nella savana ai confini del Sahara. “Tante ragazze non vanno a scuola perché devono percorrere chilometri per procurarsi l’acqua per lavare i panni e per cucinare” denuncia Fadji. “Io sono stata fortunata due volte: a casa nostra ce n’era sempre grazie a un pozzo costruito in cortile da cooperanti danesi; da tutta la città venivano a prenderne e poi c’era mio padre, un commerciante mai andato a scuola ma convinto che le ragazze dovessero studiare e imparare il francese“. Come le sue sorelle, Fadji ha frequentato la scuola a Zinder fino alla maturita’ e poi e’ partita. I passi successivi sono stati possibili solo grazie a borse di studio, inizialmente finanziate dal governo nigerino sulla base di una selezione per merito. Dopo Niamey c’è stato un bachelor in Marocco e poi, con un programma di cooperazione franco-nigerino, un master a Parigi e anche un dottorato. Con la specializzazione in idrologia è arrivato pure un assegno post-doc in Italia, al Politecnico di Milano. “Ho lavorato due mesi presso il Dipartimento di ingegneria civile e ambientale a un progetto europeo che si chiama We Need” ricorda la ricercatrice.